La presentazione di “Vipera” a Sherwood Festival, con Ilaria Salis e Ivan Bonnin.
In attesa dell’inizio della presentazione del libro Vipera di Ilaria Salis, davanti allo stand di Media e Produzioni inizia a radunarsi un pubblico numeroso. Tra le luci calde del tramonto e l’afa estiva, ha preso il via l’incontro che ha visto protagonisti Ilaria Salis, al centro di una vicenda ormai parte del dibattito pubblico, e Ivan Bonnin, attivista e co-autore del volume. I due hanno dato avvio a un dialogo serrato con Elena Bax, intrecciando esperienze personali e riflessioni politiche.
Un libro scritto a 4 mani
Si entra subito nel cuore della vicenda: “Vipera” nasce da un tempo sospeso, quello dell’incarcerazione preventiva di Ilaria Salis, arrestata a Budapest nel febbraio 2023 e trattenuta per mesi in condizioni che sarebbero diventate oggetto di denuncia e testimonianza. A distanza di oltre un anno, dopo un percorso giudiziario opaco e farraginoso – con capi d’accusa formalizzati solo a fine estate e l’udienza preparatoria tenutasi nel gennaio 2024 – Ilaria, ormai eletta europarlamentare, ha potuto finalmente fare ritorno in Italia, libera. Ma quella libertà non viene mai raccontata come un punto d’arrivo, bensì come un nuovo punto di partenza per dare voce a una moltitudine di storie.
È stata lei stessa, infatti, a raccontare come la scrittura abbia preso forma tra le mura della cella, prima ancora che come scelta politica o letteraria, come gesto istintivo di sopravvivenza: la routine carceraria veniva annotata in un quadernone, in modo quasi meccanico, per marcare il tempo e non farsi schiacciare dall’attesa. In quelle pagine però, con il passare dei giorni, si è fatta spazio una necessità diversa: trasformare la cronaca in racconto, dare dignità all’esperienza, non solo propria, ma anche di chi – come lei – viveva in condizioni disumane, spesso senza potere né voce.
Ilaria subito ha sottolineato come la spinta a scrivere fosse condivisa con altri compagni e compagne di prigionia. Una volontà non solo testimoniale ma profondamente relazionale, da cui è nata anche la collaborazione con Ivan, basata – ha detto – su un senso di fiducia e riconoscenza. L’obiettivo, sin dall’inizio, era non parlare da soli, ma con qualcuno: dare forma a un discorso che non fosse solo autobiografico, ma radicato in un’esperienza collettiva di ingiustizia, resistenza e dignità.
Ivan Bonnin ha ripreso il discorso proprio da lì: la voce di parte – quella che non è neutrale ma posizionata, consapevole e politica – è l’unica possibile in un contesto in cui le narrazioni ufficiali sono spesso dominate da poteri oligarchici. “Vipera”, secondo lui, è anche questo: una presa di parola autonoma e plurale, capace di restituire il senso complesso di esperienze che rischiano di essere ridotte o strumentalizzate. La scrittura come opposizione, la narrazione come solidarietà concreta.
Il libro, insomma, non nasce solo per raccontare “cosa è successo”, ma per mostrare da dove si guarda, con chi si sta, e quale mondo si vuole costruire. In quell’ora di presentazione, si è avuta chiara la sensazione che “Vipera” non sia una semplice autobiografia, ma una dichiarazione d’intenti. Una storia personale che si apre e si moltiplica, trasformandosi in gesto politico.
Perchè “Vipera”
Alla domanda sull’origine del titolo, Ilaria ammette che inizialmente non si erano molto applicati per trovare un titolo che fosse accattivante a sufficienza. Trovare un titolo non banale era diventato un problema serio, tra opzioni troppo smielate o prive di forza evocativa. Cita scherzosamente, anche in modo molto imbarazzato, le vicende che hanno fatto emergere le prime idee per il titolo.
Poi racconta insieme a Ivan come, quasi per caso, il nome “Vipera” sia emerso dalle prime pagine del libro, inizialmente una parola sentita dalle guardie carcerarie ungheresi di cui non sapeva il significato, ma la somiglianza con l’italiano le ha fatto credere che fosse un riferimento quasi dispregiativo nei suoi confronti.
Questa parola si è poi rivelata perfetta per la sua potenza simbolica: un animale che incute timore, ma che rappresenta anche metamorfosi, resurrezione, capacità di cambiare pelle. Ivan prende parola per rievocare il dibattito tra titoli improbabili e melensi, ridendo di quelle proposte scartate, ma riconoscendo nella parola “Vipera” un’energia viva, provocatoria, capace di sintetizzare tensione e trasformazione. Il titolo, oggi, risuona ancora più forte, dice Ilaria, alla luce delle campagne mediatiche che l’hanno dipinta come figura demonizzata: dentro l’occhio del ciclone, la vipera ha iniziato a mostrare i denti.
L’importanza di un antifascismo internazionale
Quando si affronta il tema dell’internazionalismo, la domanda arriva diretta: «Perché sei andata a Budapest?» Ilaria riprende ciò che ha scritto nelle prime pagine del libro: il 9 febbraio 2023 si trovava lì per manifestare contro il “Giorno dell’Onore”, una celebrazione dell’estrema destra ungherese che da anni attira nostalgici e militanti nazisti da tutta Europa.
Per lei, la risposta è semplice e netta: non esiste lotta antifascista che possa dirsi efficace se non è anche transnazionale. Era a Budapest per sostenere chi ogni giorno si espone e rischia in quel contesto, per costruire legami di solidarietà reale con attivisti e attiviste locali, e per contrastare sul campo ogni forma di repressione neofascista, ovunque si presenti.
Ivan interviene con un tono più acceso, criticando la retorica dello Stato-nazione, che – dice – appare sempre più sfilacciata a fronte di una realtà in cui le persone si spostano, si incontrano e costruiscono reti oltre ogni confine. Sottolinea l’urgenza di supportare le lotte altrui come se fossero le proprie, e denuncia chi vorrebbe tenerci chiusi nei nostri confini, italiani, bianchi, immobili, mentre il mondo reale è fatto di attraversamenti, intrecci e resistenze comuni.
Abolire il carcere
Il momento più denso della presentazione arriva quando si tocca un tema tanto radicale quanto necessario: l’abolizione del carcere. È una prospettiva che Ilaria e Ivan trattano non come provocazione, ma come parte integrante di una visione più ampia e intersezionale, che riconosce come povertà, razza e genere siano elementi strutturali nella costruzione della criminalizzazione.
Si parla di giustizia trasformativa, di interventi che partano dal basso per costruire una giustizia di classe, capace di rispondere al degrado non con la reclusione ma con la responsabilità, la cura, il reinserimento. Vengono citati i casi di Spagna, Portogallo e Paesi Bassi, dove la depenalizzazione e la chiusura di molti istituti dimostrano che altre strade sono già percorribili.
Ma il discorso non elude le difficoltà: viene sollevata la questione dei criminali a piede libero, e della paura che, senza un sistema carcerario, questi possano rimanere impuniti. Ilaria chiarisce però che non è opponendo violenza a violenza che si ottiene giustizia. Al contrario, un sistema carcerario degradante rischia di generare persone più pericolose di quanto non fossero prima, in un meccanismo che reprime senza mai rieducare.
Ivan chiude l’intervento con una call to action diretta, smontando l’idea del carcere come unica risposta alla criminalità. Denuncia come le destre strumentalizzino il carcere per reprimere e controllare le classi marginali, e invita a immaginare nuovi orizzonti di convivenza, fondati sul dialogo, sulla responsabilità condivisa e sulla re-inclusione sociale come reale forma di sicurezza.
Il futuro: cosa può succedere adesso
Infine, il futuro parlamentare: date e iter nella Commissione JURI — dalla richiesta di revoca immunità lo scorso ottobre fino al rinvio della relazione finale di giugno 2025, destinata a slittare dopo la pausa estiva. Un cenno è stato rivolto a Maya, attivista non binaria tuttora privata di diritti dietro le sbarre, per ricordarci che la battaglia per la libertà non può fermarsi agli scranni di Bruxelles.
Entrambi gli intervistati concludono il loro intervento ribadendo quanto sia fondamentale e urgente intervenire con mezzi a nostra disposizione per contrastare un degrado non riconosciuto e ingiustamente silenziato.
Quando le luci si sono abbassate, non è stato un applauso di circostanza, ma un coro di mani volte a promettere che quelle storie non cadranno nel silenzio. Perché “Vipera” non è soltanto un libro: è un morso alla coscienza collettiva, un invito a cambiare pelle insieme.
