Cart

Nessun prodotto nel carrello.

Webzine

  • Home
  • Webzine

Sherbooks 2025: Meritocrazia e educazione autoritaria, l’istruzione va meritata?

Sherbooks 2025: Meritocrazia e educazione autoritaria, l’istruzione va meritata?
A Sherbooks 2025 la presentazione del saggio “L’illusione meritocratica” insieme all’autore, in dialogo con il Collettivo universitario Spina e il Coordinamento Studenti Medi.

Venerdì 24 gennaio il Festival di Sherbooks si apre con la presentazione del saggio L’illusione meritocratica di Francesco Codello, edito nel 2024 da Eleuthèra, una casa editrice indipendente che dal 1986 centra la sua attività sulla cultura libertaria.

Filosofo e pedagogista, fondatore della Rete dell’educazione libertaria, Codello ha scritto numerosi saggi sul pensiero anarchico, ed è stato insegnante e dirigente scolastico. «Una volta si diceva direttore didattico» ci fa sapere lui, forse perché un direttore didattico può ancora sedere al tavolo dei direttori d’orchestra e a quello dei direttori artistici, dei musicisti e dei ballerini, mentre un dirigente scolastico è un alto funzionario che siede alla scrivania certamente da solo, nel suo ufficio aziendale all’ultimo piano.

Intuiamo quale dei due personaggi preferisca Codello, prima che da quello che dice, da come lo dice e da dove: il palco del Centro Sociale Occupato Pedro di Padova, che ospita il festival giunto ormai alla sua quinta edizione. Seduti con lui ai due lati, Giulia del Collettivo Universitario Spina e Yuki del Coordinamento Studenti Medi moderano la presentazione e lo interrogano proprio sull’aziendalizzazione della scuola.

Il lessico dominante oggi nel sistema scolastico è quello del mercato: termini come dirigentedebiti formativi, crediti formativi universitari (CFU) dettano i tempi e i modi di un’istruzione che è sempre meno un diritto e sempre più un privilegio, la cultura una merce in affitto, la didattica una catena di montaggio che prepara gli operai di domani, impolverati o lustrati a seconda dei casi, ad essere flessibili, competitivi e adattabili – di cui stage e tirocini non pagati sono l’anticamera.

Raramente una macchina nero-pece come questa, che sferraglia ad ogni giro di ingranaggio, va molto oltre il certificare il capitale culturale che gli studenti già hanno prima di entrare nelle aule, e produrne la documentazione; e a quegli altri senza capitale il certificato è impresso sulla pelle nuda come un marchio a fuoco.

Presentata come arbitro neutrale, l’ideologia meritocratica è posta a garanzia di quel sistema diseguale dentro e fuori la scuola e l’università. La vecchia organizzazione sociale fondata sul diritto di nascita, prima, e sul clientelismo, poi, aveva il difetto di rendere palesi la violenza e l’ingiustizia in forza delle quali perpetuava sé stessa. Illudendoci di soppiantarla, la meritocrazia costruisce una nuova gerarchia che somiglia in tutto a quella vecchia, con la sola variazione di nascondere la violenza. Se i premi e le punizioni che la società assegna ora dipendono dalla capacità di ciascuno di ottenere i primi ed evitare le seconde dimostrando il proprio valore e il proprio merito, allora la responsabilità diventa individuale. I vincitori meritano di vincere e di governare, e i perdenti devono incolpare solo sé stessi, di modo che ad essi non resta che gettarsi in una competizione sfrenata per dimostrare il proprio merito oppure rinunciare e costituirsi «servitù volontaria» (Étienne de La Boétie, Discours de la servitude volontaire, 1576). Quel che ne risulta è una gerarchia sociale più solida della precedente, che «trasforma la disuguaglianza da fatto sociale a dato naturale» spiega Codello, con profonde ripercussioni psicologiche sugli individui non-meritevoli. In questo sta la violenza nascosta del nuovo sistema meritocratico: non nell’esclusione a priori, ma nella colpevolizzazione del singolo, che o rinuncerà a combattere o combatterà contro sé stesso.

Secondo l’autore, le politiche compensative delle pari opportunità sono l’altra grande «illusione meritocratica»: assicurare a ciascuno le stesse condizioni di partenza e le stesse opportunità è impossibile fuori da un ambiente strettamente controllato. Al netto di ciò, resta il fatto che il principio delle pari opportunità, così come quello degli uguali risultati tipico delle società comuniste e la filosofia della discriminazione positiva – continua Codello – non escono dal perimetro della competizione, la quale, ancorché equa, appiattisce la straordinaria varietà delle prestazioni umane, il cui pregio è da ricercare nella diversità alternativa alla discriminazione.

«La negatività, che è un tratto fondamentale della rivolta,» afferma l’autore rivolgendosi al pubblico «da sola non basta». Dobbiamo sforzarci di immaginare qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, e per poterlo fare occorre lasciarci alle spalle i vecchi modelli educativi fondati sull’autorità.

Da qui in poi, dal palco verranno più domande che risposte, come del resto succede anche nel saggio di Codello. Partendo dall’idea che l’apprendimento sia un fatto naturale, l’autore ci invita a riflettere sul senso della cultura, intesa come educazione, e alcune delle domande che ci poniamo smettono di seguire l’andamento della presentazione che sta per concludersi, accelerano e prendono strade indipendenti e libere – forse sono idee nostre.

«Come mai, se apprendere è un fatto naturale, occorre obbligare qualcuno ad apprendere?». Risuona ancora nella mia testa. Questa domanda è fatta un po’ del volto di Codello e un po’ di quelli di Giulia e di Yuki, ha il colore giallo dei murales che stavano sopra le nostre teste, e un po’ del rumore di soppalco calpestato, pesante di libri e di gente, alla stessa altezza del giallo.