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Sherbooks 2026: Punire, educare, umiliare: il razzismo ai tempi dell’algoritmo

Sherbooks 2026: Punire, educare, umiliare: il razzismo ai tempi dell’algoritmo
A Sherbooks Festival 2026 la presentazione del libro Fruste digitali. Discorsi d’odio e razzismo: i social media per educare e punire, di Luiz Valério P. Trindade.

Il saggio Fruste digitali, edito da Capovolte, analizza da un punto di vista sociologico i rapporti esistenti tra le migrazioni di ieri e di oggi e come le pratiche discriminatorie e i pregiudizi siano stati traslati dalla narrazione della carta stampata alla realtà multimediale dei social, portando all’esasperazione i discorsi d’odio e d’intolleranza, apparentemente legittimati dallo scudo dell’ironia o dell’opinione personale. Trindade, Dottore di ricerca in Sociologia presso la University of Southampton, lavora come ricercatore indipendente e scienziato sociale affiliato all’IPIE e si occupa da tempo delle dinamiche con cui si stigmatizzano le persone razzializzate e migranti e i canali attraverso cui si perpetuano.

Il discorso muove dalla ricerca delle radici di questo fenomeno: dalla storia dei movimenti migratori in Brasile alla fine dell’Ottocento, a come l’arrivo degli italiani, accolti come “manodopera bianca” in sostituzione della manodopera afro-discendente appena liberata e sempre più marginalizzata, ha contribuito alla formazione non solo dell’identità nazionale quanto all’ideologia della “democrazia razziale”. 

La necessità di diventare un Paese moderno, dove moderno era sinonimo bianco, ha opportunamente occultato il conflitto razziale, l’élite brasiliana ha deciso di accogliere contadini italiani per rispondere a questa esigenza di “sbiancamento”; ma allo stesso tempo gli italiani che emigravano in nord America venivano considerati “mezzi neri”, una nuova tipologia di schiavi e come tali bersagli di violenza, pregiudizi e vignette satiriche. 

Lo stesso principio che ritroviamo oggi impersonato nel cosiddetto jeitinho brasileiro, cioè del “modo di fare alla brasiliana”, che consente, a chi difende la supremazia bianca, di pronunciare freddure razziste, senza preoccuparsi delle conseguenze, giustificandole come manifestazioni simpatiche e affettuose, una sorta di “razzismo cordiale” che lascia disorientata la vittima. Si assiste quasi ad un deficit di memoria collettiva: le storie del passato si rispecchiano nel presente, cambiano solo le posizioni e le origini dei migranti contro cui si punta il dito, dimostrando l’incapacità di imparare dal passato.  

Il titolo dell’opera racchiude in sé più di un significato, esemplificativo del passaggio da pratiche di punizioni corporali a vessazioni digitali il cui scopo comune è quello di annientare le soggettività. I social sono descritti come un moderno pelourinho: nelle colonie portoghesi veniva posta, in un luogo ben visibile, una colonna dove le persone schiavizzate erano frustate, come memento punitivo e educativo per la collettività. Una dimostrazione di forza bruta per riaffermare il proprio dominio su chi veniva considerato inferiore e i confini che non poteva valicare. 

Una radice traumatica che ritroviamo nel modo in cui i social media si presentano come una piazza virtuale, in cui hanno eco sentimenti d’odio verso chi è ritenuto diverso, che nel contesto sociale offline non sono più accettati, ma che sotto il dominio di algoritmi, creati su logiche di profitto, catalizzano l’attenzione e  ne amplificano la diffusione, grazie alle continue interazioni, creando delle gerarchie atte a mantenere le vittime in una condizione di disumanizzazione, subalternità e marginalizzazione.

Una logica che non possiamo più ignorare perché queste interazioni dispregiative migrano anche nella vita reale, divenendo la nuova normalità; la tecnologia digitale è onnipresente nelle nostre, permea le interazioni sociali e influenza i comportamenti e le reazioni offline, in una coodipendenza i cui effetti negativi devono essere esaminati e scardinati.

Durante la presentazione è stato chiesto all’autore delle pratiche concrete che possano apportare un cambiamento radicale e contrastare il profitto generato dalle pratiche d’odio e Luiz Valério Trindade ha ribadito come le aziende di tecnologia rifiutando di identificarsi come editori, come testate giornalistiche, negano la propria responsabilità, quindi ne consegue l’importanza di un aggiornamento della giurisprudenza in materia, che segua più da vicino come tali effetti si manifestano nella società; l’assoluta necessità che la popolazione e, in particolar modo, i giovani debbano essere educati alla consapevolezza che quanto commentano e le interazioni che hanno online hanno delle ricadute sulla vita reale, i social non sono una terra di nessuno dove tutto è concesso in virtù di una millantata libertà d’espressione privata di una qualsiasi responsabilità critica. 

L’attualità ci insegna purtroppo che, in più di un caso, degli adolescenti sono rimasti vittime del bombardamento dell’algoritmo che li ha sottoposti ad una sovraesposizione a contenuti inappropriati che hanno condotto a decisioni irrimediabili, che non fanno che dimostrare la stretta connessione esistente tra azioni virtuali e vita reale.

La presentazione si chiude con l’invito alla presa di coscienza del singolo utente della propria responsabilità individuale e di come ciò a cui diamo visibilità abbia una ricaduta economica, in termini pubblicitari, su cui poter far leva per stimolare un radicale cambio di rotta.