A Sherbooks la presentazione di “Carte Irrequiete: la memoria dei movimenti” (Elèuthera, 2025).
Carte Irrequiete: la memoria dei movimenti è stato il volume che ha aperto la rassegna editoriale della sesta edizione di Sherbooks. Pubblicato a ottobre 2025 da Elèuthera, il libro è nato dalla scrittura a quattro mani degli archivisti Federico Valacchi e Lorenzo Pezzica.
I documenti “analogici”, come le carte d’archivio, custodiscono una vitalità intrinseca e un potenziale rivoluzionario che spesso sfugge a uno sguardo superficiale. Il punto di partenza è proprio questa irrequietezza delle carte, il loro eccedere la funzione di semplice supporto documentario. Si tratta di materiali complessi, tanto per i contenuti che veicolano quanto per gli usi che rendono possibili, e che proprio per questo possono risultare destabilizzanti. Alla fragilità dei supporti si intrecciano la delicatezza dei contenuti, la loro dislocazione nello spazio, le modalità di conservazione e, soprattutto, le interpretazioni che ne derivano.
Da qui si è aperta inevitabilmente una riflessione sul significato stesso dell’archivio. Avvicinarsi a un fondo documentario come se fosse un deposito di verità è un’operazione fuorviante: «gli archivi non sono veri, possono al massimo risultare autentici». Ogni archivio è il risultato di una scelta, di un processo di selezione e di scarto che stabilisce cosa è degno di essere conservato e cosa può essere lasciato scomparire. Non a caso archivio deriva da archè, origine, principio ordinatore. Questo carattere emerge con chiarezza nei processi di centralizzazione dei fondi documentari del Regno nell’Italia post-unitaria, dove l’archivio di Stato assume la forma di un dispositivo gerarchizzato, costruito attorno a un ordine imposto.
È proprio questo modello, tuttavia, a mostrare i suoi limiti quando lo sguardo si sposta sul mondo dei movimenti.
I movimenti sono pienamente immersi nella Storia, ma al tempo stesso la attraversano in modo conflittuale, eccedendone i dispositivi di ordinamento. Accanto all’archè dell’archivio “forte”, «dove l’ordine è dato», prende così forma anche l’anarchè, «il luogo del disordine costituito»: uno spazio in cui l’archivio non serve a fissare un racconto, ma a rendere leggibili nuove relazioni sociali inscritte nel susseguirsi dei documenti.
È in questo contesto che la questione della Memoria diventa centrale.
La nascita di archivi di movimento chiama in causa sia la dimensione individuale sia quella collettiva del ricordare.
Uno degli esempi lampanti di “archivio di movimento”, portato alla luce più volte nella discussione, è stato Open Memory, il centro studi che da quasi 4 anni svolge un lavoro di ricerca, documentazione e memoria nella storica sede di Radio Sherwood a Padova.
Jacopo Pozzoni, che modera la discussione, mette in dialogo due approcci radicalmente diversi: da un lato l’elogio dell’assenza di Memoria sostenuto da Toni Negri, dall’altro la teoria rivoluzionaria di Abdullah Öcalan, che affonda le proprie radici in decenni di Storia e di resistenza curda. La tensione che emerge riguarda allora la possibilità stessa di un archivio militante che continui a fare politica nel presente, senza trasformarsi in un dispositivo museale o in una raccolta pacificata di ricordi.
La pratica concreta della conservazione chiarisce ulteriormente questa tensione. Come sottolinea Pezzica, la documentazione prodotta dai movimenti nasce all’interno di contesti fluidi, orizzontali e spesso sotterranei, che recuperano ciò che viene sistematicamente escluso dalla memoria istituzionale. Le carte non vengono pensate per una futura catalogazione, ma come strumenti immediati di azione e di lotta. Proprio per questo, la centralizzazione tipica degli archivi statali risulta incompatibile con la loro natura. Anzi, è spesso grazie alla dispersione che questi materiali sono riusciti a sopravvivere: di fronte al rischio di perquisizioni e repressione, le alternative erano la distruzione o la disseminazione tra “soggetti nomadi”, i militanti.
Solo a distanza di anni, quegli stessi documenti sono stati attraversati da una nuova forza centripeta, generata dal desiderio di ricomporre una parte della Storia dei movimenti. La nascita di archivi “dal basso” ha così contribuito alla costruzione di una Memoria collettiva che non si limita a conservare il passato, ma lo mantiene aperto, conflittuale, ancora capace di interrogare il presente.
Questo carattere relazionale delle carte diventa ancora più evidente se messo a confronto con le pratiche di archiviazione digitale. Il problema non è tanto l’enorme quantità di informazioni riversate nei database, né la possibilità di reperire singoli dati attraverso filtri di ricerca sempre più sofisticati. Ciò che si perde è piuttosto la percezione della rete complessiva in cui i documenti sono inseriti, la loro materialità relazionale. È proprio questa connessione tra le carte a costituire la parte vitale dell’archivio e a garantirne l’autenticità.
L’archivio, ricorda Pezzica, non è un’accozzaglia di dati, ma un fattore umano.
Nel caso dei movimenti, è la traccia performativa di una lotta realmente esistita.
L’archivio storico del Leoncavallo offre un esempio emblematico di queste contraddizioni. Il centro sociale di Milano, sgomberato lo scorso agosto, custodiva una documentazione che attraversa cinquant’anni di Storia dei movimenti di sinistra e antagonisti in Italia. Paradossalmente, quel patrimonio è oggi riconosciuto e tutelato dallo Stato stesso, responsabile della chiusura dello spazio e ora chiamato a garantirne il trasferimento e una collocazione definitiva.
Il dibattito su come prendersi carico di fondi d’archivio che richiedono spazi, risorse, competenze e tutela rimane così aperto. Un dibattito che resta vivo, irrisolto e attraversato dal conflitto, proprio come le carte irrequiete di cui si discute.
