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Festival dell’editoria indipendente
Più di venti case editrici indipendenti provenienti da tutt’Italia: libri, parole, relazioni, contropoteri
30 gennaio–1 febbraio 2026, CSO Pedro: editoria indipendente tra lavoro, destre digitali, Palestina, reti e comunità.
Dal 30 gennaio al 1° febbraio 2026, al CSO Pedro di Padova, torna Sherbooks: tre giorni che non assomigliano per nulla a una fiera del libro “in piccolo”, ma a un vero dispositivo culturale collettivo, capace di tenere insieme editoria indipendente, pratica politica, desiderio di comunità e conflitto. È un festival che negli anni si è costruito una fisionomia precisa: la letteratura e l’editoria come intervento sul presente, come spazio aperto in cui voci, generazioni, sensibilità e immaginari si incontrano senza addomesticarsi.
Sherbooks 2026 conferma questa identità e la rilancia, con una trentina di case editrici e realtà di autoproduzione che arrivano da tutta Italia, banchetti, presentazioni, talk, momenti informali e appuntamenti collaterali che fanno della rassegna un ambiente vivo, attraversabile, non soltanto un programma da consumare. E questo non è un dettaglio: in un’epoca in cui troppi eventi culturali finiscono per riprodurre la stessa logica dei social – visibilità, format, tempi rapidi, frasi a effetto – Sherbooks rivendica l’esatto contrario. Rivendica la lentezza, la conversazione, la complessità, il contesto.
Rivendica, soprattutto, la possibilità concreta di costruire reti tra chi scrive, chi traduce, chi pubblica, chi organizza e chi legge.
Non a caso, il centro di gravità dell’edizione 2026 è la tavola rotonda in programma sabato 31 gennaio alle 14: “Creiamo spazi, non format. L’esperienza di Staffette e il ruolo dei festival indipendenti nella creazione di reti culturali”. È un titolo che suona come una dichiarazione politica, prima ancora che come un tema di discussione. A partecipare sono Capovolte, Armillaria Edizioni, effequ ed Edicola Edizioni – case editrici che hanno dato vita al progetto Staffette – a cui si aggiungono altre realtà che organizzano “dal basso” eventi di editoria. Il punto non è soltanto raccontare un’esperienza editoriale o presentare un percorso. Il punto è rimettere al centro una domanda spesso rimossa: che cosa significa, oggi, fare cultura fuori dal mainstream senza diventare semplicemente una versione “alternativa” delle stesse dinamiche dominanti?
Quando tutto tende a trasformarsi in contenuto, anche il dissenso rischia di ridursi a estetica, a posa, a genere riconoscibile. E allora parlare di “spazi” – e non di “format” – significa riportare la cultura nel suo elemento politico più essenziale: la capacità di produrre contesti, relazioni, alleanze, possibilità. Un festival indipendente non vale perché “ospita” autori o autrici. Vale se crea connessioni, se fa circolare pratiche, se lascia tracce e continuità. In questo senso Sherbooks è un modo di immaginare e organizzare una comunità editoriale e militante che non accetta l’isolamento come destino.
Il festival entra anche con decisione dentro due questioni politiche che, per chi prova a leggere il presente senza cedere alla rassegnazione, sono ormai inevitabili. Sabato 31 gennaio alle 19 arriva “Work in Progress. Perché il lavoro non è mai (in)finito”, con Francesca Coin, in dialogo con la nuova collana di DeriveApprodi. È un appuntamento che parla del lavoro non come semplice tema economico, ma come struttura che modella la vita quotidiana, il tempo, le relazioni, perfino il modo in cui ci percepiamo. Il lavoro, oggi, non finisce più: si infiltra ovunque, si porta a casa, si fa ansia, si fa identità, si fa ricatto permanente. Parlare di questo significa anche rimettere mano alle parole con cui si raccontano sfruttamento e precarietà, e farlo con la profondità e la precisione che l’editoria indipendente riesce spesso a garantire meglio di altri luoghi.
Domenica 1° febbraio alle 16.30, invece, si affronta uno dei terreni più scivolosi e decisivi dell’ultimo decennio: “L’algoritmo della destra. Media, rete, cultura e propaganda: come le nuove destre costruiscono senso comune”, con Valerio Renzi. Qui si tocca un nervo scoperto: le destre non hanno soltanto occupato spazi politici, hanno costruito un ecosistema narrativo, un modo di parlare al “pubblico”, una grammatica emotiva capace di trasformare paura e rancore in senso comune. E lo fanno dentro piattaforme che premiano semplificazione, polarizzazione, reazione. Ragionare di propaganda oggi significa ragionare del modo in cui l’informazione viene vissuta e digerita, del modo in cui si forma consenso, e di come si può ancora provare a costruire contropoteri culturali.
Accanto a questi nodi, Sherbooks 2026 è attraversato da una serie di presentazioni che funzionano, al solito, come traiettorie e linee di tensione. Venerdì 30 gennaio, ad esempio, si comincia già con un passo deciso: “Carte irrequiete: la memoria dei movimenti” di Lorenzo Pezzica (Eleuthera) alle 17.30, un lavoro che si muove tra archivi e tracce per ricordare che la memoria non è mai innocente e che raccontare i movimenti significa anche decidere che cosa merita di essere salvato, trasmesso, riattivato. Alle 19 è il momento di “Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la ‘sicurezza’”, con Alessandra Algostino (Altreconomia): un titolo che rimette al centro il tema della repressione e della censura, ma anche la possibilità che certe parole diventino “pericolose” solo perché rompono la disciplina del discorso pubblico. La prima giornata si chiude alle 20.30 con “Voce arcaica” (Red Star Press) di Nagihan Akarsel, con il Centro di Jineolojî Europa. In una fase in cui l’esperienza curda del Rojava è per l’ennesima volta sotto attacco, le parole di Nagihan Akarsel risuonano con una forza particolare. Nei testi scritti per la rivista «Jineolojî», trimestrale pubblicato nel Bakur, il Kurdistan del Nord sotto occupazione turca, Akarsel ci aiuta a capire cosa si intenda davvero quando si parla di Jineolojî, la scienza delle donne: un sapere che nasce non solo dalla mente, ma anche dal cuore, dagli sguardi e soprattutto dalle relazioni.
Il sabato mattina Sherbooks cambia ritmo e mostra anche un’altra delle sue qualità: la capacità di stare dentro la pluralità dei linguaggi, non solo dentro l’urgenza dell’analisi. Si parte alle 10 e per la prima volta arriva un caffè letterario, dedicato al “risveglio delle autrici dimenticate del ’900”, con Elettra De Pirro. È un momento che vale più di quanto sembri: perché la rimozione delle donne dalla storia letteraria non è un errore casuale, è un dispositivo strutturale, e recuperare quelle voci significa anche cambiare prospettiva sul presente. In contemporanea la presentazione del numero 1 della rivista Teiko, dal titolo eloquente e complesso “Mondi”, alla presenza di Giso Amendola. La mattinata si conclude con l’incontro su “Graphic novel e teatro. Strategie di storytelling condivise”.
Nel pomeriggio, alle 16, si parla di un tema che sembra “privato” e invece è profondamente politico: “Intimità radicale. Contro il mito della felicità individuale” di Sophie K. Rosa (effequ). In tempi che ci impongono di essere felici, performanti, autosufficienti, parlare di intimità come spazio di conflitto e liberazione è un modo per rimettere al centro ciò che il neoliberismo ha tentato di privatizzare: la vulnerabilità, la cura, la dipendenza reciproca. La giornata prosegue alle 17.30 con “Ogni cosa e nessuna” di Nicoletta Vallorani (Zona 42) e si chiude alle 20.30 con “Sequel: La seconda indagine del commissario Elfo” di Nicolò Targhetta (BeccoGiallo), che porta nel festival anche il piacere narrativo, l’ironia, la capacità del noir e della fiction di raccontare l’Italia con un linguaggio accessibile ma non innocuo.
La domenica di Sherbooks, poi, ha da sempre un passo tutto suo: più disteso, ma non per questo meno denso. Si apre con Sherbooks for Kids, una mattinata pensata per i più piccoli che è anche un modo per dire che l’editoria indipendente non è un recinto per iniziati, ma un terreno da attraversare fin dall’inizio, con curiosità e immaginazione. Si comincia alle 10.30 con Splendide creature di Guia Risari, illustrato da Cinzia Ghigliano (Settenove), insieme alla Libreria La volpe volante, e si prosegue alle 11.30 con Rami tra le pagine di Alessia Ferretti e Giovanni Berton (Balena Gobba Editore), che diventa anche lettura e laboratorio grazie alla presenza dell’illustratore. Da lì, senza soluzione di continuità, la giornata entra nel vivo della programmazione “adulti” e si sposta su altri immaginari e altre urgenze: alle 11.30 arrivano le Fiabe resistenti del Subcomandante Marcos (Cronache Ribelli, in collaborazione con Tekio Kairos), mentre alle 12.30 il tono cambia di nuovo con Giacomo Taddeo Traini e il suo titolo spiazzante e irresistibile, Quella volta che mi hanno raccontato la storia del cacatore incappucciato (Eris), che riporta al centro il piacere del racconto come forma capace di disinnescare, ribaltare e far pensare.
Nel pomeriggio Sherbooks torna a stringere il presente. Alle 14.30 con Fruste digitali (Capovolte) Luiz Valério P. Trindade affronta la dimensione più tossica e disciplinare delle piattaforme, tra discorsi d’odio, razzismo e costruzione della “punizione” sociale online. Alle 15.30 lo sguardo si allarga ulteriormente con Immagina un mondo senza polizia di Geo Maher (D Editore), insieme a Dalia Ismail ed Emanuele Jonathan Pilia, per interrogare alla radice l’idea stessa di sicurezza e i dispositivi che la sostengono. E non è un caso che la chiusura, alle 17.30, sia affidata a Lessico palestinese di Alba Nabulsi (Le Plurali), insieme a Ya Basta! Êdî Bese!, perché ormai sappiamo benissimo che la Palestina è un punto di verità che attraversa media, diritto, retoriche occidentali, selettività dell’indignazione e, sempre di più, anche la capacità di nominare il reale senza piegarlo alle convenienze.
E poi ci sono i momenti che fanno di Sherbooks qualcosa di più di una semplice rassegna: per tutta la giornata di sabato e domenica ci sarà Sharebooks – Bookcrossing, lo scambio libero di libri che rimette in circolo storie e letture senza passare dall’acquisto, restituendo ai testi la loro dimensione più naturale e politica: quella della condivisione.
Sherbooks 2026, in definitiva, sceglie un punto di vista preciso e lo attraversa fino in fondo: quello di una cultura che serve a orientarsi, a fare domande, a tenere insieme parole e relazioni.
È un appuntamento pensato per chi continua a cercare strumenti e linguaggi per leggere il presente, e per chi vede nell’editoria indipendente un modo di costruire reti, confronto e possibilità.
In un panorama spesso dominato dalla velocità e dalla semplificazione, Sherbooks resta un luogo in cui ci si ferma, si ascolta, si discute, e si torna a casa con idee più chiare e qualche domanda in più.