Dalla fiera che normalizza l’estrema destra a uno spazio che costruisce contro-egemonia: il countdown verso Sherbooks 2026.
L’invito a una casa editrice neonazista a Più libri più liberi è il sintomo di un sistema culturale che, nel nome del mercato, rinuncia persino a fissare dei minimi confini etici. Di fronte a questo vuoto, la nostra risposta è provare a costruire un’altra scena: Sherbooks 2026, dal 30 gennaio al 1° febbraio al CSO Pedro di Padova, uno spazio in cui l’indipendenza non sia un’etichetta ma una pratica che genera forme, alleanze, continuità.
“Leggere è una scelta politica.” Lo abbiamo scritto per anni accanto a Sherbooks, come si incidono certe frasi sulle pietre d’entrata: non per ornamento, ma per orientamento. Non lo abbiamo mai vissuto come un claim, né come uno slogan da esibire a effetto. Piuttosto come un’impronta originaria, il gesto che dà forma al resto, la direzione che precede il cammino.
Ma vale la pena tornare alla domanda più semplice e, forse, più urgente: cosa significa davvero leggere? E ancora: cosa scegliamo, quando scegliamo di leggere?
Leggere è un’azione lenta, deliberata, quasi anacronistica in un mondo che consuma prima ancora di nominare. Ed è, inevitabilmente, un atto politico. Non perché debba per forza produrre schieramenti o adesioni, ma perché sottrae spazio all’indifferenza. E su questo, sì, vale la pena ricordare Gramsci quando scriveva: “Odio gli indifferenti”, perché l’indifferenza pesa, trascina verso il basso, “opera potentemente nella storia”.
Ed è proprio questa zona grigia dell’indifferenza che oggi torna a farsi spazio, insinuandosi nelle decisioni culturali e creando l’humus in cui prosperano il governo Meloni e, con esso, le forme più aggiornate dei neo-autoritarismi. Una retorica che normalizza l’arretramento culturale e lo veste di buon senso, mentre erode silenziosamente il terreno su cui dovrebbe poggiare una comunità democratica.
Per questo non sorprende — ma interroga, e inquieta — che l’invito a una casa editrice neonazista a Più libri più liberi venga presentato come un gesto di apertura, come se la libertà di pensiero potesse trasformarsi in uno scudo neutrale dietro cui far passare qualunque cosa. È una scelta politica, senza dubbio. E lo è ancora di più insistere nonostante la presa di posizione di editori, autori, librai, operatori culturali. Soprattutto quando la motivazione reale, appena celata, è un calcolo di marketing che sopravanza il valore, l’etica, la responsabilità.
La cosa che colpisce — e rattrista — è la scena plastica di un evento che rivendica l’indipendenza come etichetta mentre dimostra, con le proprie scelte, quanto facilmente quell’etichetta possa svuotarsi, ridursi a un guscio lucido ma fragile.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di una postura collettiva che sia qualcosa di diverso dalla retorica delle barricate. Rivendicare un’editoria antifascista è un dato minimo, ma va costruito un cordone sanitario capace di proteggere ciò che resta della cultura libera dalle torsioni dell’egemonia reazionaria, ma farlo senza rifugiarsi nella nostalgia estetizzante della “resistenza”.
E allora il punto, forse, è spostare lo sguardo. Tornare a Sherbooks, sì, ma per guardare non solo ciò che abbiamo costruito: anche ciò che ancora manca.
Non entriamo nel merito delle singole decisioni dei piccoli editori rispetto a Più Libri Più Liberi e alle grandi fiere in generale: non sarebbe corretto, e soprattutto non esiste — per ora — un’alternativa che permetta insieme la sostenibilità economica e la possibilità di muoversi in un ambiente culturale capace di escludere, naturalmente e senza sforzo, le forme tossiche del pensiero reazionario. Ed è un limite che non riguarda solo le fiere dell’editoria. Riguarda l’intera architettura dell’industria culturale contemporanea, sospesa tra necessità materiali e smarrimenti etici.
Ma da qualche parte, bisogna pur cominciare.
E forse si comincia riconoscendo che non c’è indipendenza senza cooperazione. Che la contro-egemonia non nasce da iniziative o eventi isolati, ma da alleanze tenaci, da un modo diverso di abitare il campo culturale, da una responsabilità condivisa che non confonde libertà con neutralità.
Per questo inaugurare il countdown verso Sherbooks 2026 — che si terrà al CSO Pedro di Padova dal 30 gennaio al 1° febbraio — è dichiarare un’intenzione. È aprire un cantiere. Nel programma, una tavola rotonda sarà dedicata proprio al futuro degli eventi editoriali indipendenti: non per collezionare buone pratiche come fossero souvenir, ma per lavorare a un’ipotesi concreta di spazio culturale che non sia subalterno, che non sia in difesa, che non si limiti a “fare rete” come si ripete da troppo tempo, ma che inizi a esercitare una vera, paziente, collettiva contro-egemonia.
In fondo, se “leggere è una scelta politica”, allora vale la sua naturale evoluzione: i libri non sono tutti uguali.
