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Sherbooks 2026: Glossario di resistenza: il corpo palestinese come spazio politico

Sherbooks 2026: Glossario di resistenza: il corpo palestinese come spazio politico
La presentazione del libro “Lessico Palestinese” di Alba Nabulsi (Le Plurali, 2025) a Sherbooks Festival 2026.

A conclusione della sesta edizione di Sherbooks, sul palco del CSO Pedro si è tenuta la presentazione dell’ultimo libro della ricercatrice, giornalista e attivista italo-palestinese Alba NabulsiLessico Palestinese edito nel 2025 per Le Plurali. A moderare il dialogo, Anna De Favari dell’associazione Ya Basta! Êdî Bese!.

A conferma che leggere è una scelta politica, la presentazione di Lessico Palestinese si è posta come uno spazio di riflessione collettiva che, partendo dalla Palestina, ha voluto tenere uno sguardo sulla situazione politica nazionale e globale

Il libro di Nabulsi si configura come un atto di responsabilità e di esplicito posizionamento politico, in cui la Palestina emerge come una categoria che trascende i propri confini, diventando chiave di lettura universale. Il Lessico di Nabulsi propone una nuova lettura di quel corpo collettivo che è il popolo palestinese. Seppur colpito, sorvegliato, mutilato e sfollato, rimane un corpo profondamente vivo, generativo e intriso di memoria: uno spazio irriducibile di resistenza che non si può cancellare. La Palestina risalta come paradigma con cui leggere tutte le forme di oppressione autoritarista, coloniale e imperialista che gravano sul Sud globale, e non solo. 

Alba Nabulsi ha così tracciato una linea che amplifica la risonanza del suo libro: la Palestina, ha affermato, è “una metafora del condensato di ingiustizia nel mondo” che “qui si manifesta sui corpi delle persone razzializzate”, nella privazione delle libertà, nella reclusione nei CPR e nelle tragedie dello spazio mediterraneo. 

«Tutto il corollario che vuole giustificare la narrazione concorre alla cancellazione del popolo».

La volontà che porta alla stesura di Lessico palestinese, quindi, è quella di partire da un lessico minimo, fruibile e famigliare di memoria ginzuburgiana che possa diventare strumento contro la cancellazione del popolo palestinese perpetrata materialmente da Israele, politicamente dai governi occidentali e mediaticamente dalla stampa mainstream. Il risultato è la delineazione del corpo palestinese collettivo – che include anche e specificamente i corpi palestinesi queer, femminilizzati e generanti di vita – come corpo capace di costruire memoria, linguaggi, cultura e archivio. Esso riduce la distanza tra l’ordine globale che perpetua la brutalità genocidaria e normalizza la violenza coloniale e chi, invece, combatte questo sistema.

Le domande poste da Anna De Favari di Ya Basta! Êdî Bese! hanno sollevato il tema dell’intersezionalità con altre forme di resistenza del Sud globale, come quella del Kurdistan, nonché i rischi di utopizzazione, giudizio e strumentalizzazione delle esperienze di lotta. A partire dalla consapevolezza di un’esposizione costante alla propaganda dei poteri coloniali, la discussione si è concentrata sulle modalità di costruzione di una solidarietà internazionale effettiva, capace di evitare la riproduzione di gerarchie, pratiche di salvataggio paternalistiche o nuove forme di dominio simbolico.

«La parola chiave è il dislocamento soggettivo», ha risposto chiaramente Nabulsi. Lessico palestinese vuole fornire gli strumenti per immedesimarsi nelle storie di quei corpi, per comprendere la materialità degli stessi: non numeri né fantasmi, ma oggetto di memoria e persone con desideri e sogni. Pensare all’intersezionalità vuol dire soprattutto prendere coscienza della materialità dell’oppressione che si rivolta sulle vite di persone reali. Ha ricordato a questo proposito la storia di una studentessa palestinese di 22 anni, Yara, che dopo essersi trovata bloccata in Italia con visto scaduto a seguito degli eventi del 7 ottobre 2023, è riuscita a far scappare la sua famiglia dal valico di Rafah. A lei Nabulsi ha dedicato il libro.

Lessico palestinese getta così una luce sulla complessità e l’intersezione dei discorsi di lotta, mettendo in dialogo storie che partono dai corpi con spunti di riflessione che redarguiscono dal cadere nelle narrazioni fallaci del pink– o rainbow-washing sioniste. Queste sono trappole in grado di creare complicità con la violenza che Israele perpetua nei confronti di tutto il popolo palestinese, particolarmente sui corpi queer e femminilizzati. Le esperienze organizzate femministe e transfemministe palestinesi, infatti, si pongono in aperta battaglia ideologica con le pacificanti narrazioni liberali, portando avanti lotte radicali, anche in forma non armata, che si pongono contro l’abbandono dei villaggi, la period poverty, il sistema carcerario israeliano e l’oppressione mirata sui corpi che generano la vita.

Il corpo palestinese in tutte le sue forme e nelle sue soggettivazioni è nella sua stessa esistenza affermazione di vitaspazio di lottaresistenza memoria collettiva, anche nella diaspora. 

Così si sono chiusi i sipari della sesta edizione di Sherbooks, con le ultime pagine del capitolo “Maternità. Il corpo generante” lette dalla stessa Alba Nabulsi che ha ripetuto con fermezza ed emozione le parole della rivoluzionaria palestinese Leila Khaledmon peuple vivra.