A Sherwood Festival Valerio Renzi ha presentato il suo nuovo libro” Le radici profonde La destra italiana e la questione culturale”, una nuova chiave di lettura per interpretare i tentativi di egemonia culturale della destra italiana e globale.
Il tema dell’egemonia culturale è centrale per comprendere l’attuale ascesa delle destre autoritarie, affiancate da retoriche nazionalistiche e narrative mitiche da un lato, eroicamente passive dall’altro. Narrazioni divenute nel tempo strumenti di legittimazione politica. Valerio Renzi affronta questo tema prima in Fascismo Mainstream e poi in Le radici profonde, proponendo una genealogia storico-politica della cultura di destra.
Perché nella fase storica in cui stiamo vivendo è importante parlare di genealogia rispetto alla destra moderna?
Perché è fondamentale per disinnescare la tesi, cresciuta in ambienti liberali, per cui la destra non fa riferimento a nessuna cultura propria. Questo è ovviamente falso, ed è quindi necessario riconoscere le basi teoriche su cui poggiano le destre reazionarie e autoritarie. Inoltre, essa ci permette di comprendere le nuove ossessioni della destra nell’ambito culturale, considerato ultimo baluardo da espugnare, molto spesso esplicate attraverso i decreti legge e le diverse riforme negli spazi educativi e culturali (pensiamo alle censure in RAI, nei teatri e nei cinema italiani, alle riforme di Valditara e di Bernini).
Le destre si propongono infatti un obiettivo ben preciso: quello di scalzare la sinistra per dare forma a nuovi punti di riferimento culturali, con cui pilotare e legittimare le proprie manovre politiche e governative.
In questo gioco, quello della competizione culturale tra destra e sinistra, si inserisce perfettamente il “mito fondativo” del RSI: mito della sconfitta e dell’eroismo passivo.
Quanto è rimasto ancora di questo mito nell’attuale destra?
A settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale il mito della Repubblica Sociale Italiana (RSI) continua ad affermarsi nei discorsi e nei riferimenti “culturali” della destra italiana. La sconfitta del fascismo nel 1945 rappresenta un trauma ideologico che ha fornito un bacino per la costruzione della nuova identità della destra, la quale si ritrovò così orfana di legittimità, in preda a un trauma fondativo che, ancora oggi, segna il suo orizzonte politico.
La difficoltà nel fare i conti con la realtà e le contraddizioni contemporanee ha spinto la destra a rifugiarsi in riferimenti ideologici arcaicizzanti e identitari, primo tra tutti il pensiero di Julius Evola: filosofo esoterico e teorico del tradizionalismo radicale. Evola è diventato il punto di riferimento per il Movimento Sociale Italiano (MSI) e per l’intera cultura della destra neofascista.
Un’altra figura ideologicamente influente è quella di Adriano Romualdi, il quale si occupò delle politiche culturali; tuttora punto di riferimento per le destre.
Fu un docente universitario e autore prolifico, ad oggi considerato il ponte tra l’ideologia fascista del ventennio e il progetto culturale della nuova destra. Fu proprio lui a introdurre il concetto di “egemonia culturale” nel lessico della destra, reinterpretando in chiave anticomunista il pensiero di Antonio Gramsci. Romualdi, prendendo spunto dalla “Nouvelle Droite” francese, strumentalizzò il concetto di “egemonia culturale” gramsciana, svuotandolo del suo significato rivoluzionario per riempirlo di concettualità reazionarie. Fu proprio questa la “pars destruens” di Romualdi, che mirava alla riaffermazione culturale e politica della destra, soprattutto in seguito ai cambiamenti radicali del ‘68 italiano che ridisegnarono molti equilibri politici e sociali.
Dalla Prima Repubblica ad oggi esiste un continuum culturale della destra. Pensiamo a figure come Antonio Guidi o eventi come Atreju (che da raduno missini è diventato una manifestazione pop), che mostrano la normalizzazione pop della cultura di destra.
La maturazione della cultura della destra italiana è dunque questa? Se così fosse, che cosa possiamo attenderci dalle sue politiche culturali future?
È chiaro che la destra ha strumentalizzato la teoria gramsciana in un’operazione conflittuale contro la società. Lo vediamo nella nuova onda “culturale” governativa, la quale sta cercando di plasmare un “pantheon nazionale” che rispecchi una presunta identità italiana unitaria e nazionalista secondo criteri ben prestabiliti. Questo garantisce una sempre maggior accettazione popolare e una centralità di tali posizioni nel dibattito pubblico. L’intento non è di costruire un’egemonia culturale alternativa rispetto alla sinistra, bensì di riscrivere una nuova sintesi culturale nazional-popolare.
Si aggiunga il revisionismo storico, l’antiegualitarismo e il populismo, che si presenta non solo come retorica elettorale, ma come prassi repressiva di governo, ne risulta un patchwork culturale che dà vita a nuove forme governative in cui è legittimo fare interventi liberticidi come quello del Decreto sicurezza di passare quasi del tutto inosservati.
Continuano però ad esistere ambiti di resistenza a questi impianti autoritari. La sinistra mantiene una forza politica e controculturale, capace di dare ancora vita a convergenze forti, unitarie e convincente. Ne è un esempio la campagna in atto contro il Decreto Legge Sicurezza, che ha saputo essere un megafono pluralista per chiunque lotti contro la destra di governo.
Contro questa costruzione scientifica dell’autoritarismo, esistono ancora anticorpi culturali: pratiche di resistenza, contesti collettivi, convergenze sociali capaci di fare da argine. Sta a chi rifiuta un futuro reazionario, non solo smascherare le radici profonde della destra, ma anche coltivare e disseminare un immaginario alternativo: comunitario, critico, radicale.
